CICLOVIA

La ciclovia dell’Acquedotto Pugliese

Oltre 500 km tra Campania, Basilicata e Puglia — un itinerario cicloturistico e narrativo lungo le condotte storiche dell’acquedotto.

La Ciclovia dell’Acquedotto Pugliese è un percorso cicloturistico immerso nella natura di circa 500 km che segue il tracciato di due condotte storiche: il Canale Principale, da Caposele (Avellino) a Villa Castelli (Brindisi), costruito tra il 1906 e il 1915 dall’Ente Autonomo Acquedotto Pugliese (EAAP), e il Grande Sifone Leccese, che dal punto terminale del primo giunge fino a Santa Maria di Leuca (Lecce), dove l’infrastruttura è celebrata con una cascata monumentale.


L’Acquedotto Pugliese

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo scorso, uomini pubblici, ingegneri, tecnici e finanzieri idearono un’opera ardita, traducendo in progetto il sogno dei pugliesi di vincere l’atavica sfida con la siccità. Dal 1868, anno in cui un giovane ingegnere salernitano, Camillo Rosalba, illustrò per la prima volta l’idea di captare l’acqua dalle sorgenti del fiume Sele, in Campania, il primo colpo di piccone venne levato solo nel 1906. Sebbene l’acqua zampillò a Bari per la prima volta già nel 1915, ci sarebbero volute altre tappe, vicende e altri immani sforzi per completare l’opera nel 1939, nell’estremo sudest itaiano. Un’opera colossale, che negli anni d’oro vide contemporaneamente impegnati 22 mila operai, oltre 60 ingegneri e 400 geometri per realizzare il più grande acquedotto d’Europa, superando rilievi montani, lame, rupi, fiumare e torrenti per far scorrere l’acqua quasi ininterrottamente “a pelo libero”, sfruttando la sola forza di gravità.

Oggi ripercorrere il tracciato dell’Acquedotto Pugliese è uno straordinario viaggio nella storia e nella natura. Imponenti strutture in pietra, arditi ponti-canale, gallerie sotterranee e condotte attraversano l’Alta Irpinia, il Vulture e le Murge fino al Salento, toccando luoghi in cui la bellezza della natura incontaminata si sposa con l’ingegno dell’uomo. Le tracce da seguire sono gli impianti di captazione presso le sorgenti, i ponti canale, la vasche di carico, gli impianti di sollevamento, le case cantoniere, i serbatoi pensili e gli inconfondibili edifici storici dell’acquedotto.

Per 500 km i segni distintivi dell’acquedotto si ripetono e susseguono con regolarità. I tanti pozzetti di ispezione della condotta — piccoli edifici bugnati con pietra squadrata, così come gli atri elementi architettonici dell’acquedotto, riportano una targa in marmo con appuntate le lettere che ne spiegano la funzione, l’anno di di costruzione e la progressione chilometrica. Insieme alle tipiche fontanine in ghisa (le “Cape de firr”) e ai tombini circolari con l’effige dell’EAAP, fanno da segnaletica storica al percorso della prima ciclovia turistica nazionale del Mezzogiorno, oggi finalmente fruibile e attrezzata per gran parte del percorso. Un itinerario che unisce paesaggio, archeologia industriale e rievocazione delle tante storie, individuali e collettive, che portarono alla realizzazione dell’acquedotto.


La pista di servizio

La manutenzione e il controllo continuo degli impianti resero necessaria la costruzione di una rete viaria “di servizio” per accedere alle diverse parti del Canale Principale. Nella parte appenninica, dove l’acquedotto viaggia per lo più in galleria, essa non è continua e si dirama da strade comunali e forestali per raggiungere impianti e ponti canale. Da subito si pensò di mimetizzarli, piantando alberi ad alto fusto e altra vegetazione oggi rigogliosa e fitta. Obiettivo sensibile per eccellenza, il fiume nascosto di Puglia doveva rimanere tale anche in superficie, celando edifici, arcate e imponenza delle opere appena costruite. Tale rimase per lungo tempo anche il suo tracciato benché assieme a disegni tecnici, planimetrie e sezioni, trovò ampio risalto in una pubblicazione in lingua inglese del 1929 a cura della rivista “Engineering”.

La pista prosegue talvolta per lunghi tratti, in parallelo o in linea con l’acquedotto, passando attraverso torri piezometriche e impianti. Da Castel del Monte a Villa Castelli, in vista del golfo di Taranto, corre quasi ininterrottamente sopra il Canale Principale, fondendosi al suo tracciato e in leggero rilevato rispetto al piano del terreno circostante. Solo pochi tratti di pista sono presenti lungo il Grande Sifone Leccese. La fitta rete di strade rurali e l’estesa pianura di ulivi resero meno necessaria una viabilità aggiuntiva, mentre senza di essa sarebbe stato impossibile accedere all’acquedotto in Alta Murgia e Valle d’Itria. Ancora oggi, la pista di servizio è l’unica via esistente in grado di attraversare longitudinalmente la parte più naturale e selvaggia del territorio pugliese. La pista dell’acquedotto, dall’alto del suo percorso lineare e dolce, regala panorami e scenari di un paesaggio altrimenti non visibile se non da un mezzo aereo.

Protetta da barriere e costantemente controllata e pulita dalla vegetazione che cerca di impadronirsene in alcune stagioni, la pista è stata per decenni una incredibile via verde d’epoca, una ciclovia nascosta sopra un fiume nascosto, incredibilmente preclusa alla fruizione escursionistica pur essendo un bene demaniale ma da sempre utilizzata da ciclisti e camminatori.

Oggi, grazie alla riconversione della pista, all’utilizzo di strade consortili e alla realizzazione di nuovi tratti, la ciclovia può contare su circa 230 km di tracciato interamente in sede riservata, precluso al traffico motorizzato (ad eccezione dei mezzi di servizio). La parte “greenway” comprende un primo tratto al confine tra Campania e Basilicata, ed un lunghissimo tratto, interrotto solo per pochi km, da Venosa (Potenza) a Nardò (Lecce). In Salento e in Irpinia possono essere utilizzate molte strade rurali e locali, mentre sono quasi del tutto assenti tratti su pericolose strade statali e provinciali.


Lo stato del progetto

La Ciclovia dell’Acquedotto Pugliese è il primo itinerario del Sud Italia ad essere stato inserito nel Sistema Nazionale delle Ciclovie Turistiche (SNCT), un programma avviato nel 2016 e coordinato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) e dal Ministero della Cultura (MiC) che ha l’obiettivo di realizzare 10 ciclovie nazionali.

Tra il 2012 e il 2014, la Regione Puglia ha realizzato un primo tratto fruibile di 10 km della ciclovia in Valle d’Itria tra Locorotondo e Ceglie Messapica. Il progetto parte da una proposta presentata nel 2005 dal coordinamento regionale pugliese della FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) e segue una prima esperienza esperienza di riutilizzo a fini escursionistici della pista di servizio (circa 78 km di percorsi) realizzata nel 2000 dal Circolo Aziendale dell’Acquedotto Pugliese con la collaborazione del Gruppo Escursionistico Trekking (GET) e della Federazione Italiana Escursionismo (FIE).

Nel marzo 2015 viene costituito il “Coordinamento dal Basso per la Ciclovia dell’Acquedotto Pugliese”, un comitato che riunisce associazioni, imprese locali e cittadini delle tre regioni attraversate per sostenere il completamento e la fruizione integrale dell’itinerario. Grazie alle iniziative portate avanti dal Coordinamento e dal portale Bikeitalia.it, nel dicembre 2015 la Ciclovia dell’Acquedotto Pugliese è inserita nella Legge di Stabilità 2016, accedendo al riparto delle risorse statali per la realizzazione delle prime ciclovie nazionali.

Attualmente solo la Regione Puglia ha avviato e sostanzialmente completato i cantieri di riconversione del tracciato da Spinazzola, al confine con la Basilicata, a Grottaglie (Taranto). I lavori sulla pista sono stati eseguiti da Acquedotto Pugliese SpA ma la ciclovia non dispone ancora di un ente gestore e di un portale ufficiale. Il tracciato descritto su questo sito è quello rilevato dal Coordinamento dal Basso e può non corrispondere necessariamente con quello in corso di realizzazione.